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Carboidrati, il falso mito dei “50 grammi” che ormai è stato superato

Carboidrati, il falso mito dei "50 grammi" che ormai è stato superato - Distreat.it

Per anni abbiamo vissuto sotto l’ombra di un numero magico, una sorta di confine sacro oltre il quale si spalancavano, secondo i seguaci più ortodossi, le porte dell’inferno metabolico.

I 50 grammi di carboidrati al giorno sono stati il mantra delle diete low-carb e chetogeniche, il limite invalicabile per mantenere lo stato di chetosi o, più semplicemente, per non “ingrassare”. Ma nel 2026, la scienza della nutrizione ha finalmente smesso di contare i chicchi di riso per iniziare a guardare alla capacità del corpo di switchare tra i diversi carburanti.

Il mito del numero fisso crolla sotto i colpi della biochimica individuale. Non siamo macchine prodotte in serie con lo stesso serbatoio. Un atleta di crossfit che pesa 90 chili e un impiegato sedentario di 65 non possono avere lo stesso “tetto” glicidico. Eppure, per un decennio, abbiamo trattato la biochimica umana come un banale foglio Excel. La vera frontiera oggi non è la privazione, ma la flessibilità metabolica: la capacità dell’organismo di bruciare grassi a riposo e carboidrati durante lo sforzo, senza incepparsi.

L’inganno della soglia universale

La ricerca recente pubblicata sul Journal of the International Society of Sports Nutrition evidenzia come molti individui possano mantenere un profilo metabolico ottimale — e persino la chetosi nutrizionale — consumando 100 o 150 grammi di carboidrati, a patto che questi siano inseriti in un contesto di alta sensibilità insulinica. È qui che il dogma vacilla. Se i tuoi muscoli sono “affamati” e i tuoi recettori funzionano bene, quei carboidrati non diventano adipe, ma glicogeno stoccato per l’energia immediata.

L’inganno della soglia universale – Distreat.it

Un dettaglio laterale che spesso viene omesso nelle discussioni da spogliatoio riguarda la temperatura del cibo. Se cuocete delle patate e le lasciate raffreddare in frigorifero prima di mangiarle, una parte dell’amido si trasforma in amido resistente. Questo tecnicamente è un carboidrato, ma si comporta come una fibra: non alza l’insulina, nutre il microbiota e non conta nel computo di quei famosi “50 grammi” che ci ossessionano. È la fisica del freddo che altera la chimica del piatto.

L’intuizione: il carboidrato come segnale, non solo come caloria

L’intuizione non ortodossa che sta cambiando l’approccio dei nutrizionisti d’avanguardia è che il carboidrato non agisce solo come fonte energetica, ma come un potente segnale ormonale di sicurezza. Per il nostro sistema nervoso, una cronica assenza di zuccheri può essere interpretata come un segnale di carestia prolungata, innescando un aumento del cortisolo e una soppressione della funzione tiroidea. Superare i 50 grammi non è quindi un “fallimento”, ma spesso una necessità biologica per dire al cervello che non siamo in emergenza.

Il vero nemico non è la pasta, ma l’infiammazione silente derivante da uno stile di vita che ha perso il ritmo circadiano. Mangiare 60 grammi di carboidrati alle tre del mattino ha un impatto catastrofico rispetto a mangiarne 100 dopo una sessione di pesi. Il “quando” e il “come” hanno finalmente sconfitto il “quanto”. La liberazione dal conteggio ossessivo ci restituisce una verità semplice: il metabolismo non è un limite statico, ma un muscolo che va allenato a gestire la complessità alimentare.

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